venerdì 25 ottobre 2013
Lavori per Penelope
Qualche foto dello studio, nella grande confusione di bozzetti a matita,matrici di linoleum e cartone,prove di stampa per l'illustrazione della poesia"Penelope" di Antonella Chessa.
L'impulso iniziale è stato di disegnare un corpo di donna, o una testa classica, affiancata ad un albero di olivo.E uno sfondo marino. Penelope è la donna che aspetta il ritorno di Ulisse ,per me è l'anima che attende il ritorno dell'io vagabondo nel suo vero essere.La poesia di Antonella mi ispira questo. Ma non so ancora quale direzione prenderà il lavoro.
domenica 20 ottobre 2013
Credere fa bene
"Gioia di vivere", acquarello
Avevo pubblicato questo mio acquerello sul mio album di Flickr nell'ottobre del 2007.
Circa un mese fa sono stata contattata da una casa editrice perchè il mio lavoro era ritenuto adatto per la copertina di un libro in pubblicazione.Con mia grande sorpresa , si trattava di un libro sulla fede, scritto da un sacerdote.
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CREDERE FA BENE
Prefazione di Ermes Ronchi
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lunedì 14 ottobre 2013
Mini book ad acquerello
in una giornata di pioggia, un mazzolino di fiori di geranio e acquerelli.
http://www.flickr.com/photos/annamarchi/sets/72157636539640293/with/10264864665/
sabato 28 settembre 2013
Il segreto dell'isola
Il segreto dell’isola nelle opere di Anna Marchi
“Io quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno,la perfezione della vita:ho sempre saputo che l’isola ,e quella mia primitiva felicità, non erano altro che una imperfetta notte…”(1)
Tu non devi capire la vita:/ allora diventa una festa./ Lascia a ogni giorno il suo corso/come fa un bimbo in cammino/ che da ogni brezza/ si fa donare dei fiori./ Di radunarli e metterli da parte/ non viene in mente al bimbo,/ se li toglie ogni volta dai capelli/dov’erano felici prigionieri,/ e alla sua cara gioventù tende le mani,/che gliene porga sempre di nuovi.(Rainer Maria Rilke) .
Il mondo segreto dell’infanzia è protagonista delle nuove opere di Anna Marchi. Pueri e puellae tessono una sorta di viaggio iniziatico che, dalla puerizia immersa in un mondo atemporale, incontaminato, idilliaco, li trasporta nella dimensione brutale dell’età adulta, che non contempla, né ammette paradisi” fuori dal limbo non v’è eliso”.(1)
I pueri di questo progetto, per il quale l’autrice dichiara di essersi ispirata a leggende e fantasie nordiche ma che si ritrovano in variegati testi e versioni nel patrimonio mitico di molta parte della cultura occidentale e orientale, sono illuminati e avvolti da squarci di luce che li elevano a dimensione sovrannaturale.
Il puer presta la sua voce ad Anna nei frequenti “a solo” di pennellate calde, morbide che sperimentano ancora una volta un uso del colore che si espande e diffonde liquefacendosi in ondate e nubi dalle quali prendono forma corpi lisci di animali e membra tornite di bimbi. L’uso dei materiali usati è vario; pastelli, carboncino, olio, acquarello, matite i cui tratti si dileguano o spiraleggiano…fuggono su delle tele preziose che si fanno drappi garzati dietro e dentro cui la figura prende forma, si nasconde, allunga i suoi contorni mai spigolosi, sempre lisci e smussati per dare pienezza e rotondità. Sono corpi che trovano il loro alveo ideale avviluppandosi su altri corpi più che mai sicuri di animali marini dalla pelle lucente: la foca, il delfino. In quali grembi più possenti trovare riparo! Simboli di una natura primigenia, abitatori del mare, emblemi della natura come forza vitale in un mare che è il mare della fanciullezza incontaminata.
Ed ecco che la pittura stende un ponte tra uomo e natura, un nuovo legame che, seppure suoni nostalgico, pur sempre ci ricorda equilibrio, ci appartiene.
Certo è che in questa atmosfera da fiaba intrisa di cultura raffinata della quale si nutre e si fa portavoce sensibile, Anna Marchi imprigiona i protagonisti-l’animale e il cucciolo d’uomo-“ad-densandoli” sulle tele,come a voler rendere il bambino alla natura e dando quindi a quest’ultima il suo ruolo di madre accogliente, di “porto quiete”, di potenza vivificatrice.
Ma, come in ogni fiaba, non mancano le note inquietanti, i fugaci rimandi e gli allusivi richiami ai pericoli, agli agguati. In certe opere infatti, è come se le figure fossero prigioniere di un mondo illusorio, ghiacciato che svelerà la sua verità. Sono allusioni ad un mondo che nell’infanzia di molti si è rivelato trappola insidiosa, covo di inganno, scenario del dubbio. L’infanzia preludio di innocenza si apre alla menzogna di un mondo che, privo di natura e dei suoi elementi animale-acqua, scatena il disastro, genera tragica solitudine. Lo scandiscono bene le opere di piccolo formato, bozzetti acquerellati che, nel susseguirsi dei volti, ritratti di bambini, esprimono sequenze incisive di sguardi nella cui immobilità si fissa un silenzio carico di enfasi drammatica. Ed ecco , dal silenzio, apparire “Denise”..tante Denise!
La mitizzazione dell’infanzia esiste solo come puro desiderio, illusione. Il connubio uono-animale suona dunque irreale, fantastico e, sul piano pittorico, certi tratti espressionistici alla Brucke o Kokoska lo lasciano alla fine intravedere e l’arte se ne fa carico sfidando ogni possibile caduta nella retorica. Se l’artista si avvale della perizia e conosce la raffinatezza è sempre in grado di stagliarsi come esempio eloquente. Le pennellate di A. Marchi oltre che decise e sicure sul piano tecnico alla ricerca della pittura degli antichi!-negli sfumati, nel gioco lento di luci e ombre, nei tenui richiami ai colori aurorali dei mattutini momenti della puerizia, intrinsecamente si accompagnano sul piano del contenuto e dell’immagine a veri e propri exploit di poesia profonda, sostanziale. Poesia dello sguardo dell’artista che si posa lento e grave sulle piccole forme emblemi di vita incontaminata e immortale, poesia per lo sguardo di chi non si stanca mai di nutrirsi solo di bellezza ed emozioni.
Caterina Spiga
(1)Elsa Morante, “L’Isola di Arturo”
Il ricco eloquio del mito
Il ricco eloquio del mito
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve
[…]
E ancora ti chiamo ti chiamo chimera
D.Campana
Non ci sono dei né eroi in questa rappresentazione ma del mito ci sono quelle presenze che, nelle generazioni e nei secoli, hanno suscitato il fascino della paura, del mistero, dell’ignoto e dell’inconoscibile.
Un repertorio iconografico esclusivamente attinto dal patrimonio mitografico dal quale Anna Marchi trae la sua ispirazione. Il mito è la sua fonte poetica e A. Marchi si fa custode e vestale e trae in esso la chiave di interpretazione dell’esistenza per confermare quanto da sempre si va deducendo: come e quanto quest’ultima sia sempre e comunque osseduta dall’indecifrabile.
Il mito precursore di eventi, rivelatore di verità questa è l’unica certezza e dalla rappresentazione pittorica che ne fa A. Marchi scaturisce veramente un’epopea del dolore umano e la sua potenza evocativa sta tutta nella resa compositiva e coloristica. E’ il colore lo strumento che marca le storie raccontate sulle grandi tele – raggruppate in trittici, quasi tutte – che ricoprono interamente le pareti della galleria trasformando questo piccolo spazio in un interno barocco di suggestiva aura viscontiana.
In queste tele di grande formato è il colore che esordisce e, come la parola – mythos -, racconta, sorprendendoci, storie che ci appartengono: il caos dal quale siamo stati generati e nel quale ritorneremo; la condizione aurorale dell’esistenza; una natura primigenia pacata che in principio ci ha accolti; la nostra natura proteica e le metamorfosi che attuano i continui tentativi della materia di trovare assetto e compostezza.
Tutto espresso con l’uso di cromatismi che di ardito hanno solo la sicurezza espressiva che da essi si sprigiona. Perché è col colore vibrante e ben concertato che ci ricordiamo della nostra umana condizione: ciò che eravamo, chi eravamo, come eravamo e ancora siamo: forme e corporeità cariche di mestizia continuamente alla ricerca di un dialogo con una interiorità ingombrante e dissonante che ci fa chinare il capo a riflettere sulla nostra desolazione. E,come nei rilievi in pietra dei sarcofaghi antichi o nelle pitture murali in cui le figure si caricano, nei gesti, negli sguardi, nel loro mutismo di pathos, così quelle di A. Marchi assumono tragica consistenza dalle pennellate distese e diffuse e dagli sprazzi coloristici che accendono fasci di luce come faci accese a trascolorare Erebo.
Il colore, denso, pastoso scolpisce le figure dandoci del mito le più struggenti ed enigmatiche epifanie: della ferocia, della crudeltà, della ybris. Da Echidna mostro figlia di Tartaro vengono generati altrettanti mostri: Chimera, Sfinge, Idra di Lerna incarnazioni eterne della perfidia e perenni richiami alla malvagità.
Le avvolgenti ondate e spirali di colore, le pennellate protese verso l’alto e una struttura
compositiva piramidale ricorrente di eloquente richiamo ai nomi insigni della storia dell’arte, diventano metafora ascensionale di un’umanità che, tendendo verso l’alto, agogna a staccarsi dalla terra per essere “ assunta “ in acqua e aria e annullare la gravità nel rispetto di chi ha voluto attribuire sacralità e religiosità alla deduzione che ancora echeggia “ Omnia pontus erant “.
creatività pazza
La principessa del quadrifoglio
la principessa del quadrifoglio
E' una lunga storia da raccontare, ed è tardi: sono le 24 e trenta del 21 dicembre 2007. Poco fa ho ricevuto un e-mail di auguri per il solstizio di inverno, dies natalis solis invicti , giorno venerato dagli antichi romani.
Quale augurio migliore per la principessa del quadrifoglio?Certo, è lontano il giorno in cui, bambina,durante una passeggiata, trovai un quadrifoglio tra lo stupore dei familiari. Mia madre mi chiamò allora la principessa del quadrifoglio e conservò a lungo quella fogliolina miracolosa tra le pagine di un libro di fiabe.
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