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sabato 1 settembre 2012

Roberto Ferri: " ROBERTO FERRI E LA LUCE DELLA NOTTE "


Condivido (con qualche riserva )questa critica alla pittura di Roberto  Ferri, che è un pittore che stimo molto. e che si considera Anacronista.
Roberto Ferri: " ROBERTO FERRI E LA LUCE DELLA NOTTE "

Un'altra nota critica interessante:
Lo Scandalo della Memoria di ROBERTOMARIA SIENA
“ Non mi piace affatto la pittura ragionevole ...
Bisogna soddisfare un antico fermento, un
fondo nerissimo”.
Eugène Delacroix

“ Amate con devozione i maestri che
vi hanno preceduto”.
François-Auguste-René Rodin

“ è al museo che si prende il gusto
della pittura che la natura da sola
non sa darvi. Non si dice sarò
pittore davanti a un bel posto,
ma davanti a un quadro”.
Pierre-Auguste Renoir
“Dove c'è la forma, c'è la bellezza,
e sulla tela non c'è il tempo
né il tradimento. E' il solo
modo di possederle per sempre”.
Melania G. Mazzucco

La poetica edificata da Roberto Ferri conosce non pochi punti di contatto con Giorgio de Chirico; nonostante ciò, l’universo immaginativo del giovane pittore si presenta come abissalmente diverso da quello del Grande Metafisico. Come de Chirico, Ferri è, in parte, un nemico giurato del Modernismo e delle Avanguardie Storiche; rifiuta, infatti, la ricerca di novità linguistiche e formali ad ogni costo. Con l’artista del “dio ortopedico”, Ferri ritiene che ogni opera d’arte degna di questo nome traduce in forme plastiche un annuncio, un messaggio, un credo filosofico ricco ed articolato. L’arte, dunque, presuppone una dimensione mitica ed è creazione di nuovi miti oltre che manipolazione di quelli già offerti dalla civiltà classica. Come dicevamo, solo in parte rifiuta però il lascito delle Avanguardie Storiche; non accetta l’antireferenzialismo, ma si accosta al Surrealismo del quale condivide il visionarismo estremo, l’onirismo e l’irrealismo di fondo. Come de Chirico, il giovane pittore anacronista si rivolge al museo e, di conseguenza, respinge decisamente l’iconoclastia messa in circolazione dai futuristi e dai dadaisti; si muove in questa direzione perchè nutre una fede incrollabile nell’opulenza dell’arte. Di conseguenza rigetta ogni forma di minimalismo e riduzionismo i quali, sostiene, non sono in grado di affrontare quel mito a cui l’arte deve invece dedicarsi completamente. Che cosa spinge Ferri a coltivare così intensamente la dimensione mitica dell’arte? Rispondere, e scoprirlo, non è difficile.
Per il tarantino, il mito altro non è se non il documento inequivocabile dell’inattualità; infatti la grande nemica di Ferri è l’idea secondo cui l’arte deve essere contemporanea del proprio tempo. Per il nostro, al contrario, l’arte coltiva l’estraneità, la periferia, la diserzione; da qui la scelta della pittura contro la “strategia dell’impurità” coltivata dal Dadaismo e dalle Neoavanguardie. Prima di proseguire, leggiamo almeno una delle opere presenti in mostra, per verificare quanto abbiamo detto fin qui. All’interno dell’esposizione prima londinese, poi romana e newyorkese, Le Delizie infrante rappresenta senz’altro un punto fermo. Da una puntura che colpisce un “fanciullo divino”, s’innalza una cattedrale delirante di corpi. Bellezza, eros, lussuria delle forme ed orrore si accavallano all’interno di un caos traboccante che non si stacca però mai da quella fede museale che rimane la stella polare della ricerca ferriana. Al culmine della convulsa e sublime ascensione, un efebo innalza uno scettro-sesso femminile; il sangue linguistico ed immaginativo che scorre nelle vene di questa composizione, esattamente come accade per tutte le opere del nostro, è un sangue che si nutre di dissimilitudine. Ciò significa che il “neocaravaggismo” ferriano non è assolutamente passatismo, bensì, lo ripetiamo, si presenta come visionarismo ed onirismo conclamati e definitivi. E’ qui che Ferri segna la sua distanza da de Chirico; il Grande Metafisico spinge l’arte sul terreno della disumanità; il pittore anacronista invece armonizza eros e dissimilitudine. Ciò significa che il fruitore, se da una parte si trova a dover fare i conti con una grafia disegnata all’interno di una dimensione impossibile, dall’altra incontra il punto fermo del corpo e della sua seduzione. Siamo così all’orizzonte filosofico all’interno del quale si muove il giovane maestro.

Contro il perbenismo borghese l’artista mette in campo l’arma esacerbata e puntuta del sadismo; questa però non altera la bellezza dei corpi maschili e femminili che Ferri colleziona ad ogni passo. Sta qui l’antiplatonismo radicale che costituisce il “basso continuo” dell’intera poetica ferriana; sta qui, paradossalmente, l’attualità dell’inattualeFerri. Perchè il discorso di questo “innamorato del museo” è attuale? Perchè, grazie ai diversi fondamentalismi, riappare oggi Platone e quindi è con Platone che bisogna tornare a fare i conti. Platone stabilisce la massima distanza fra il corpo e la verità; l’artista, al contrario, riconduce la verità all’interno del corpo; anzi, il corpo della verità rivela il corpo, trionfalmente e semplicemente. Il corpo offerto dal giovane maestro non è però lo stesso della società consumistica; la sua è la carne che, grazie allo “scandalo della memoria”, è ricondotta ostinatamente all’interno della grande storia dell’arte dell’Occidente. Cioè è riportata all’interno di quella bellezza che Ferri non vuole assolutamente perdere, perchè non accetta che l’opera possa essere confusa con l’oggetto quotidiano. In questo modo, l’opera si vede costretta a confermare il suo essere irriducibile al mondo; l’opera ferriana accetta il mondo solo nella misura in cui questo fornisce la gamma dei mille corpi sui quali il nostro può esercitare il suo delirio. Tutto questo, sempre e comunque all’interno della macchinazione messa in atto dalla pittura. Per l’ennesima volta, perchè questa apoteosi della pittura? Per il semplice motivo che, per Roberto Ferri, solo il quadro rappresenta il luogo privilegiato e “magato” nel quale può degnamente manifestarsi la menzogna dell’arte: quella menzogna che l’artista ritiene essere l’unica verità possibile ed immaginabile.
Prima di lasciare Roberto Ferri, non possiamo non accennare ai rapporti fra l'artista ed il dibattito estetico contemporaneo; ciò significa tirare in ballo Arthur Danto: vediamo di che si tratta. In estrema sintesi, il critico e filosofo americano sostiene che la “morte dell'arte” sarebbe stata causata dal trionfo della filosofia sull'arte stessa. Avanza l'esempio eclatante (e per lui decisivo) dei lavori di Andy Warhol, i quali sono identici ai prodotti che troviamo comunemente nei supermercati. Ora, solo grazie ad una teoria, dice, le opere dell'artista pop si distinguono dagli oggetti che affollano il banale quotidiano. Il tramonto dell'arte non significa poi che gli artisti non continuino a lavorare: significa soltanto che il loro fare può essere tranquillamente definito “poststorico”. Se tutto è possibile, infatti, non esiste più nessuna forma d'arte che sia “ambasciatrice esclusiva della storia”. Questo discorso si regge su un presupposto, che è quello della verità unica avanzata dalla Pop e dalle Neoavanguardie; ora è proprio questa “verità unica” che viene respinta dal tarantino. L'idea che Ferri ha dell'arte, come dicevamo, è infatti del tutto opposta a quella della “linea vincente” della ricerca contemporanea. Da qui la scelta apertamente e scandalosamente anacronista avanzata dall'autore delle Delizie infrante. Dove si trova la radice di una tale scelta? Appunto nel decisivo rifiuto della filosofia della Pop Art. Quest'ultima predica calorosamente l'equiparazione dell'opera, lo ripetiamo, all'oggetto quotidiano; non sarà più solo la Pop a portare avanti una strategia del genere. Per il pittore del “neocaravaggismo surreale”, la vita e l'arte mantengono fra di loro un abisso, che non può essere minimamente colmato. La vita, sostiene il nostro, è consegnata nelle mani di una deiezione dalla quale l'arte si tiene lontana; da una tale posizione scaturisce una definizione squisitamente romantico-decadente dell'arte la quale assume così l'aspetto di una religione, dell'unica religione possibile ed immaginabile anche per l'uomo del Ventunesimo Secolo. Nulla di sostanziale, dunque, sta nella vita; tutto si ritrova nell'arte, nella pittura. Conseguentemente, l'arte assume una posa opulenta che documenta la sua “pienezza antilogica”. Opulenza che si alimenta direttamente da quella passione carnale che costituisce la spina dorsale dell'intera produzione dell'artista. Alla vita ormai priva di nerbo, Ferri oppone una superumanità di angeli e demoni, efebi e “femmine fatali”, tutti presi da un pathos irrefrenabile che trova unicamente nell'arte il suo punto archimedico ed il suo grandioso teatro. E qui potremmo applicare a Ferri quanto Baudelaire dice di Delacroix. Anche nel caso del tarantino potremmo parlare di “malinconia unica e pertinace” e della celebrazione di un “misterioso dolore”. Tutto questo perchè, per il pittore, la carne aspira ad un infinito che non può essere colmato se non dall'eccesso e dal superlativo, che solo lui è capace di evocare e di tessere assieme. Ma torniamo a Danto.
Il filosofo americano sostiene che non esiste oggi un'arte “ambasciatrice esclusiva della storia”. Per Ferri, invece, quest'arte c'è, ed è l' Anacronismo, è lo “scandalo della memoria”, è la pittura che, forte delle sue radici surreali, ripropone al mondo la bellezza, l'eros, la passione, lo stravolgimento ed il dolore. Il tutto, sempre all'interno di una scelta che salda fra di loro l'arte e la filosofia. Danto afferma che la filosofia trionfa sull'arte; anzi, sarebbe la filosofia a garantire all'arte il suo stato. Al contrario, Ferri pensa che l' Anacronismo possa fondare un rapporto paritario fra arte e filosofia. Lo scopo ultimo rimane quello di riempire il vuoto lasciato da una vita scaduta, da una vita incapace di elaborare ed esibire quel pathos che, per l'artista, appartiene paradossalmente e magnificamente alla “lingua morta” della pittura. Se veramente poi l'arte deve morire, è destinata ad estinguersi, conclude Roberto Ferri, è bene che lo faccia “a vele spiegate”: gettando in faccia al mondo la sua seduzione e la sua capacità di fascinazione; in poche parole, la sua più alta ed intima “verità”.

ROBERTOMARIA SIENA