Follow by Email

sabato 28 settembre 2013

Il segreto dell'isola

Il segreto dell’isola nelle opere di Anna Marchi “Io quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno,la perfezione della vita:ho sempre saputo che l’isola ,e quella mia primitiva felicità, non erano altro che una imperfetta notte…”(1) Tu non devi capire la vita:/ allora diventa una festa./ Lascia a ogni giorno il suo corso/come fa un bimbo in cammino/ che da ogni brezza/ si fa donare dei fiori./ Di radunarli e metterli da parte/ non viene in mente al bimbo,/ se li toglie ogni volta dai capelli/dov’erano felici prigionieri,/ e alla sua cara gioventù tende le mani,/che gliene porga sempre di nuovi.(Rainer Maria Rilke) . Il mondo segreto dell’infanzia è protagonista delle nuove opere di Anna Marchi. Pueri e puellae tessono una sorta di viaggio iniziatico che, dalla puerizia immersa in un mondo atemporale, incontaminato, idilliaco, li trasporta nella dimensione brutale dell’età adulta, che non contempla, né ammette paradisi” fuori dal limbo non v’è eliso”.(1) I pueri di questo progetto, per il quale l’autrice dichiara di essersi ispirata a leggende e fantasie nordiche ma che si ritrovano in variegati testi e versioni nel patrimonio mitico di molta parte della cultura occidentale e orientale, sono illuminati e avvolti da squarci di luce che li elevano a dimensione sovrannaturale. Il puer presta la sua voce ad Anna nei frequenti “a solo” di pennellate calde, morbide che sperimentano ancora una volta un uso del colore che si espande e diffonde liquefacendosi in ondate e nubi dalle quali prendono forma corpi lisci di animali e membra tornite di bimbi. L’uso dei materiali usati è vario; pastelli, carboncino, olio, acquarello, matite i cui tratti si dileguano o spiraleggiano…fuggono su delle tele preziose che si fanno drappi garzati dietro e dentro cui la figura prende forma, si nasconde, allunga i suoi contorni mai spigolosi, sempre lisci e smussati per dare pienezza e rotondità. Sono corpi che trovano il loro alveo ideale avviluppandosi su altri corpi più che mai sicuri di animali marini dalla pelle lucente: la foca, il delfino. In quali grembi più possenti trovare riparo! Simboli di una natura primigenia, abitatori del mare, emblemi della natura come forza vitale in un mare che è il mare della fanciullezza incontaminata. Ed ecco che la pittura stende un ponte tra uomo e natura, un nuovo legame che, seppure suoni nostalgico, pur sempre ci ricorda equilibrio, ci appartiene. Certo è che in questa atmosfera da fiaba intrisa di cultura raffinata della quale si nutre e si fa portavoce sensibile, Anna Marchi imprigiona i protagonisti-l’animale e il cucciolo d’uomo-“ad-densandoli” sulle tele,come a voler rendere il bambino alla natura e dando quindi a quest’ultima il suo ruolo di madre accogliente, di “porto quiete”, di potenza vivificatrice. Ma, come in ogni fiaba, non mancano le note inquietanti, i fugaci rimandi e gli allusivi richiami ai pericoli, agli agguati. In certe opere infatti, è come se le figure fossero prigioniere di un mondo illusorio, ghiacciato che svelerà la sua verità. Sono allusioni ad un mondo che nell’infanzia di molti si è rivelato trappola insidiosa, covo di inganno, scenario del dubbio. L’infanzia preludio di innocenza si apre alla menzogna di un mondo che, privo di natura e dei suoi elementi animale-acqua, scatena il disastro, genera tragica solitudine. Lo scandiscono bene le opere di piccolo formato, bozzetti acquerellati che, nel susseguirsi dei volti, ritratti di bambini, esprimono sequenze incisive di sguardi nella cui immobilità si fissa un silenzio carico di enfasi drammatica. Ed ecco , dal silenzio, apparire “Denise”..tante Denise! La mitizzazione dell’infanzia esiste solo come puro desiderio, illusione. Il connubio uono-animale suona dunque irreale, fantastico e, sul piano pittorico, certi tratti espressionistici alla Brucke o Kokoska lo lasciano alla fine intravedere e l’arte se ne fa carico sfidando ogni possibile caduta nella retorica. Se l’artista si avvale della perizia e conosce la raffinatezza è sempre in grado di stagliarsi come esempio eloquente. Le pennellate di A. Marchi oltre che decise e sicure sul piano tecnico alla ricerca della pittura degli antichi!-negli sfumati, nel gioco lento di luci e ombre, nei tenui richiami ai colori aurorali dei mattutini momenti della puerizia, intrinsecamente si accompagnano sul piano del contenuto e dell’immagine a veri e propri exploit di poesia profonda, sostanziale. Poesia dello sguardo dell’artista che si posa lento e grave sulle piccole forme emblemi di vita incontaminata e immortale, poesia per lo sguardo di chi non si stanca mai di nutrirsi solo di bellezza ed emozioni. Caterina Spiga (1)Elsa Morante, “L’Isola di Arturo”

Il ricco eloquio del mito

Il ricco eloquio del mito Non so se tra roccie il tuo pallido Viso m’apparve […] E ancora ti chiamo ti chiamo chimera D.Campana Non ci sono dei né eroi in questa rappresentazione ma del mito ci sono quelle presenze che, nelle generazioni e nei secoli, hanno suscitato il fascino della paura, del mistero, dell’ignoto e dell’inconoscibile. Un repertorio iconografico esclusivamente attinto dal patrimonio mitografico dal quale Anna Marchi trae la sua ispirazione. Il mito è la sua fonte poetica e A. Marchi si fa custode e vestale e trae in esso la chiave di interpretazione dell’esistenza per confermare quanto da sempre si va deducendo: come e quanto quest’ultima sia sempre e comunque osseduta dall’indecifrabile. Il mito precursore di eventi, rivelatore di verità questa è l’unica certezza e dalla rappresentazione pittorica che ne fa A. Marchi scaturisce veramente un’epopea del dolore umano e la sua potenza evocativa sta tutta nella resa compositiva e coloristica. E’ il colore lo strumento che marca le storie raccontate sulle grandi tele – raggruppate in trittici, quasi tutte – che ricoprono interamente le pareti della galleria trasformando questo piccolo spazio in un interno barocco di suggestiva aura viscontiana. In queste tele di grande formato è il colore che esordisce e, come la parola – mythos -, racconta, sorprendendoci, storie che ci appartengono: il caos dal quale siamo stati generati e nel quale ritorneremo; la condizione aurorale dell’esistenza; una natura primigenia pacata che in principio ci ha accolti; la nostra natura proteica e le metamorfosi che attuano i continui tentativi della materia di trovare assetto e compostezza. Tutto espresso con l’uso di cromatismi che di ardito hanno solo la sicurezza espressiva che da essi si sprigiona. Perché è col colore vibrante e ben concertato che ci ricordiamo della nostra umana condizione: ciò che eravamo, chi eravamo, come eravamo e ancora siamo: forme e corporeità cariche di mestizia continuamente alla ricerca di un dialogo con una interiorità ingombrante e dissonante che ci fa chinare il capo a riflettere sulla nostra desolazione. E,come nei rilievi in pietra dei sarcofaghi antichi o nelle pitture murali in cui le figure si caricano, nei gesti, negli sguardi, nel loro mutismo di pathos, così quelle di A. Marchi assumono tragica consistenza dalle pennellate distese e diffuse e dagli sprazzi coloristici che accendono fasci di luce come faci accese a trascolorare Erebo. Il colore, denso, pastoso scolpisce le figure dandoci del mito le più struggenti ed enigmatiche epifanie: della ferocia, della crudeltà, della ybris. Da Echidna mostro figlia di Tartaro vengono generati altrettanti mostri: Chimera, Sfinge, Idra di Lerna incarnazioni eterne della perfidia e perenni richiami alla malvagità. Le avvolgenti ondate e spirali di colore, le pennellate protese verso l’alto e una struttura compositiva piramidale ricorrente di eloquente richiamo ai nomi insigni della storia dell’arte, diventano metafora ascensionale di un’umanità che, tendendo verso l’alto, agogna a staccarsi dalla terra per essere “ assunta “ in acqua e aria e annullare la gravità nel rispetto di chi ha voluto attribuire sacralità e religiosità alla deduzione che ancora echeggia “ Omnia pontus erant “.

creatività pazza

Mi disperdo in innumerevoli rivoli di "fai da te" da molto tempo. Ho in attivo passioni sviscerate per riciclaggio di tutti i materiali, lavorazione della carta,cucito creativo eccetera, Guardate alcuni lavoretti nel fotoalbum. http://ilquadrifoglio.myblog.it/

La principessa del quadrifoglio

la principessa del quadrifoglio E' una lunga storia da raccontare, ed è tardi: sono le 24 e trenta del 21 dicembre 2007. Poco fa ho ricevuto un e-mail di auguri per il solstizio di inverno, dies natalis solis invicti , giorno venerato dagli antichi romani. Quale augurio migliore per la principessa del quadrifoglio?Certo, è lontano il giorno in cui, bambina,durante una passeggiata, trovai un quadrifoglio tra lo stupore dei familiari. Mia madre mi chiamò allora la principessa del quadrifoglio e conservò a lungo quella fogliolina miracolosa tra le pagine di un libro di fiabe.

Lo straordinario

Lo straordinario Lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni.E' la frase di un libro di Paulo Coelho, " IL cammino di Santiago", che racconta il viaggio di Paulo a Santiago di Compostela , in Spagna,e che rivela la strada percorsa nella sua interiorità. Tutta la vita è costellata di segni straordinari, che però spesso non si vedono. E'più facile si scoprano da bambini, quando si è più vicini allo spirito da cui di è discesi da poco, oppure quando l'Energia è maggiore, come afferma Castaneda.

Cosa c'entra Jung?

cosa c'entra Jung? l'inconscio si esprime per immagini, usava dire Carl Gustav Jung. Ma alle immagini dei miti, delle leggende , dei sogni, l'uomo ha guardato sempre meno, complice l'insegnamento scolastico, che ne ha smarrito il valore e la stessa psicologia che, a disagio su questo terreno sottile, preferisce concetti precisi al fluttuante e ambiguo popolo dei sogni e delle fiabe.L'uomo, smarrendo la pienezza dell'immagine nel vuoto della parola, ha smarrito anche il rapporto con l'inconscio, e ne soffre. Questa è una presentazione di Masolino d' Amico al romanzo breve di Oscar Wilde intitolato "Il pescatore e la sua anima" E' come dire che da bambini, quando ancora non eravamo intrappolati nel "cerchio "dei condizionamenti ,eravamo più vicini alla nostra essenza spirituale.

I segni

23/12/2007 i segni della predestinazione "...E quali segni trovasti su di lui? Non portava al collo una collana d'ambra? Non era avvolto in un mantello di tessuto d'oro trapunto di stelle?" così chiedeva la Madre al Taglialegna quando trovò il suo figliolo rapito dal ladroni nella foresta. Eppure il Figlio delle Stelle non seppe riconoscere la madre e le chiuse in faccia le porte del suo cuore.In questa fiaba, dal titolo "Il figlio delle stelle " Oscar Wilde ricalca un motivo delle fiabe popolari: il figlio smarrito , pur vedendo i segni della sua nascita , cioè la sua predestinazione, non è ancora degno di riconoscere il suo destino natale, la sua realizzazione. sSarà necessario un cammino di crescita interiore, difficile e sofferto, per arrivare al compimento del suo destino regale.

Una famiglia in cornice "La famille Bellelli " di Degas

25/12/2007 La Famiglia Bellelli- dipinto di E.Degas Un ritratto di famiglia Nell’ambito del mio lavoro di psicoterapeuta ho sempre ricercato un confronto con l’arte,con finalità e premesse diverse da quelle che caratterizzano l’approccio psicoanalitico. In particolare ,nell'ambito della terapia familiare,viene da molto tempo sentita da più parti l’esigenza di trovare un linguaggio che sia condivisibile e al tempo stesso capace di tradurre al meglio la complessità dell’esperienza terapeutica.La letteratura e la poesia sono così diventate palestre di ricerca e di sperimentazione per molti terapeuti e studiosi di formazione sistemica,relazionale e familiare per i quali la consapevolezza di operare entro sistemi complessi ha comportato uno sforzo che va molto aldilà di una tecnica per alleviare sofferenze psichiche.In secondo luogo,per Keeney, la terapia stessa deve tendere ad essere estetica ,cioè deve divenire un’opera d’arte, intesa come luogo privilegiato in cui si esprime il modo esemplare di conoscere il mondo, modo in cui si esplica un processo ricorsivo,dialettico,tra processo e forma. Si tratta,dunque.non soltanto della ricerca di un linguaggio adeguato ma del bisogno di fare arte nella totalità della esperienza terapeutica.Per Bateson, infatti, l’arte è per sua natura correttiva in quanto "...la pura razionalità finalizzata senza il soccorso dell’arte ...è di necessità patogena e distruttrice di vita ", producendo visioni riduttive della realtà,mentre l’opera d’arte è la forma che assume l’integrazione di molteplici livelli consci ed inconsci della vita psichica.dunque,in un certo modo,indice di salute. Nel linguaggio poetico c’è,infatti, assoluta aderenza tra fatto percettivo e coscienza razionale:si ipotizza,infatti, che la distinzione tra mappa e territorio sia tracciata solo dall’emisfero dominante,razionale, mentre l’emisfero simbolico o affettivo sembra incapace di distinguere il nome dalla cosa nominata Inoltre,quando c’è pensiero o percezione oppure comunicazione sulla percezione, vi è una trasformazione tra la cosa comunicata e la sua comunicazione,per cui i messaggi verbali non coincidono spesso con le percezioni.Ci sarebbe un salto, dunque,tra gli uni e le altre, in cui si può insinuare la falsificazione ,il rischio dell’inautenticità. Ma che cosa consente al linguaggio stesso di assumere caratteristiche di saggezza, qualità e autenticità come nel caso della poesia?La chiave di questo mistero,per Bateson, è possibile si trovi nell’immagine o "dispositivo iconico" : "ogni percezione conscia ha le caratteristiche di un’immagine...il fenomeno della trasformazione delle immagini, forse, è un metodo vantaggioso o economico per far passare informazioni attraverso un qualche genere di interfaccia ...in quanto esseri umani siamo costruttori di immagini mentali...e sarebbe logico congetturare che i mammiferi formano immagini perchè i loro processi mentali devono attraversare molte interfacce..." Secondo lo psicologo della Gestalt R.Arnheim,nel linguaggio di uno scrittore o di un poeta c’è assoluta armonia tra fatto percettivo e intellettuale, e ciò avviene non a causa di proprietà inerenti al medium verbale in sè",ma in quanto il linguaggio poetico è capace di evocare immagini. Infatti, per Arnheim, l’immagine è il medium del pensiero e il pensiero visivo è alla base della creazione del mondo e della conoscenza;nell’immagine creata nel percepire e, allo stesso tempo,presupposto del percepire,si concretizzano e si risolvono problemi vitali. Di immagini,intese non come passive impressioni dei sensi, ma come complesse operazioni del pensiero o "codificazioni e proiezioni a molti livelli"si occupano terapeuti relazionali come P.Caillè,per il quale le "sculture della famiglia" prodotte e agite in terapia sono un esempio in cui "i livelli di percezione consci e inconsci possono correggersi in maniera circuitale." Su queste basi che, a mio parere ,possono offrire lo spunto per approfondimenti, propongo come terapeuta relazionale e come pittrice, la "lettura" di un’opera dipinta da Edgar Degas, un noto quadro rappresentante la" Famille Bellelli".,il ritratto della famiglia degli zii italiani del pittore francese. Nella verbalizzazione su qualcosa che in sè incarna il suo specifico linguaggio,tenterò di non cadere in interpretazioni e mi sforzerò di ricercare i modi in cui l’artista ,mediante un linguaggio percettivo,risolve "quel formidabile problema di traduzione che la mente conscia incontra quando ha l’accesso agli algoritmi del cuore." Suggestivamente, la "Famille Bellelli"rimanda l’idea di una famiglia autentica, non idealizzata: la verità à infatti l’impronta e l’impegno di tutta l’opera di Degas.Sulla sinistra del dipinto, c’è una madre in piedi, la mano destra posata sulla spalla della figlia maggiore,una madre dall’aria severa e lo sguardo lontano.Il padre è seduto un pò distante, sull’estremità destra del quadro,appartato,quasi difeso dallo schienale della poltrona,intento a scrutare le sue carte....c’è poi una bambina in mezzo al gruppo, la figlia minore, in una posa insolita per un ritratto,arrampicata sull’orlo di una seggiola, una gambetta piegata sotto l’ampia gonna scura,il viso proteso verso il padre. E’ evidente,a prima vista, un’atmosfera emozionale di contenuta malinconia. Come sottolinea R.Arnheim, chi coglie intuitivamente il valore di un’opera d’arte, può far parlare l’opera stessa arricchendo l’intuizione globale mediante informazioni sul contenuto, sulla storia dei personaggi ritratti,sul pittore stesso e sul contesto culturale in cui il quadro fu dipinto. tutte queste informazioni formano, infatti ,stratificazioni di significati che, insieme all’analisi dei valori formali, possono contribuire ad una comprensione maggiore fino ad una organizzazione differente della visione stessa. Quando, nel 1869,il ventenne pittore parigino Edgard Degas,giunto in Italia per il suo pellegrinaggio d’arte,fu ospite degli zii italiani Bellelli a Firenze,questi ultimi si erano appena riuniti dopo una triste e tormentata serie di vicende.Per la prima volta, essi si trovavano in una vera casa, anche se dagli aviti palazzotti napoletani:di tutto il sontuoso arredo di famiglia avevano conservato solo un tavolino, quello su cui nel quadro, poggia la mano sinistra della baronessa madre,qualche seggiola e il ritratto del nonno Renè Degas, il patriarca da poco defunto.Clotilde Anna Laura Bellelli Degas,detta Laurette,era la secondogenita del banchiere parigino Renè Degas,che,trasferitosi a Napoli dopo la Rivoluzione Francese,aveva sposato una nobile napoletana,Rosina Freppa,la quale gli diede molti figli,tra cui Auguste,il padre di Edgard,anch’egli banchiere.La famiglia Degas era,dunque, una tranquilla e agiata famiglia di banchieri in cui regnava il culto del focolare, sostenuto dal grande affetto che legava Renè e Rosina, testimoniato dall’epistolario rimastoci, in cui traspare un caldo amore di coppia. L’avvocato Gennaro dei Baroni Bellelli apparteneva, invece, ad una nobile famiglia del salernitano e ,carbonaro e federalista, si era votato alla causa del Risorgimento. Dopo l’attiva partecipazione ad un moto popolare antiborbonico a Napoli, in cui rimase ucciso un giovanissimo nipote, figlio della sorella di Laurette, da Gennaro stesso instradato verso gli ideali liberali,la famiglia Bellelli trascorse tristi vicende. Gennaro in esilio,vagava tra la Francia e l’Italia, mentre Laurette passava lunghi periodi di distacco dal marito nella casa paterna, a Napoli. Egli potè conoscere la secondogenita Julie solo qualche anno dopo la nascita. Dopo la definitiva condanna a morte dell’esule e la confisca dei beni suoi e della moglie.quest’ultima si decise a lasciare Napoli per Firenze,dove la famiglia si ricompose .Ma anche a Firenze,nulla poteva distogliere Gennaro dal suo impegno patriottico.Nel futuro d’Italia si profilava, però. una realtà diversa dai suoi sogni di federalista, come ben sappiamo. Il lutto per la morte del nonno Degas e, forse, il disagio per l’inevitabile confronto tra le disillusioni reciproche dei due coniugi, caratterizzavano l’atmosfera emozionale da cui il giovane pittore,giunto dalla Francia ospite a Firenze per il suo "Tour d’Italie", fu investito e coinvolto a casa degli zii. E’ significativo tener conto che la famiglia Bellelli non posò mai,in realtà, per il pittore, in senso tradizionale.Il dipinto,infatti,nasce a Parigi,nello studio di Degas, da un lavoro di ricomposizione ed elaborazione di una serie di bozzetti presi dal vero,come è caratteristico di altre opere dell’artista. Certo è che questo entrare ed uscire di Degas dal coinvolgimento emotivo, richiama il lavoro del terapeuta familiare, quando crea la "mappa"della famiglia, con una sostanziale differenza:una mappa familiare in terapia non è che una illustrazione semplificata di un’ipotesi, mentre il dipinto , questo dipinto di famiglia "incarna"l’ipotesi con il liguaggio complesso e multilivello ,del simbolo.Se osserviamo il dipinto come una mappa familiare,la figura imponente della madre, il volto sottolineato dalla luce e le due bambine, anch’esse vestite a lutto come la madre,sembrano far pesare nella composizione la predominanza del femminile, impressione fortificata dal fatto che il padre è ritratto di spalle e quasi nascosto dallo schienale della poltrona su cui è seduto. I critici d’arte di impostazione psicoanalitica hanno discusso molto su una presunta misoginia di Degas, riferita alla sua predilezione a cogliere le donne in pose poco classiche e, in particolare per questo dipinto,sull’identificazione dell’artista con la zia,piuttosto che con la figura maschile,considerata sacrificata in confronto agli altri componenti della famiglia.Altri critici si sono più soffermati sull’infelicità del matrimonio degli zii di Degas ,quasi fosse questo il tema dell’opera;si è anche arrivati a suggerire che Degas non si sarebbe mai sposato a causa del "fallimento " del matrimonio della zia :Certo è che l’eco delle tensioni della coppia ci è giunto anche dall’epistolario dei coniugi Bellelli,tanto parco di espressioni di affetto da apparire persino freddo e convenzionale.Tutte queste informazioni, però, possono evitarci riduttive interpretazioni:ricordiamo, con Arnheim,che l’opera d’arte dev’essere affrontata nella sua globalità. I singoli elementi della composizione,infatti,analizzati nel contesto dell’opera,unitamente alla storia della famiglia,possono aprire altri orizzonti.Se analizziamo i patterns pittorici di questo dipinto troviamo che,se effettivamente le figure femminili hanno grande peso nel dipinto,la figura maschile è ben lungi da essere sacrificata.Infatti,mentre madre e figlia maggiore,unite dal contatto fisico, dalla luminosità del colore,formano una massa potente e solida in un punto di primo impatto visivo,la figura paterna, sebbene sfumata nei particolari e avvolta nell’ombra,occupa un luogo importante nella composizione,la base del quadro.La figura della piccola Julie, al centro della composizione,si trova in un punto essenziale,intorno al quale ruotano le componenti dello spazio pittorico:essa,instabile sulla seggiola,divide le zone di luce da quelle di ombra,caratterizzate dalla presenza,rispettivamente. del femminile e del maschile,ma il suo sguardo rivolto verso il padre unisce psicologicamente i due nuclei compositivi. Il coinvolgimento di Julie nel gioco delle tensioni visive è drammatico: come viene trascinata nell’area materna a causa del medesimo colore delle vesti,allo stesso tempo, il potente pattern visivo dello sguardo la trasporta verso l’area paterna.La stessa posizione insolita,la torsione del collo e della testa,sembrano rappresentare un dramma di equilibrio instabile tra opposte forze.Ecco che ciò che poteva essere interpretato solo come un coinvolgimento maggiore del pittore con il femminile,può essere considerato,lasciando spazio ad altri significati,un espediente pittorico e compositivo di tensione visiva,che riesce ad incarnare altre tensioni,come quelle interpersonali.Dalla storia sappiamo che Gennaro Bellelli potè,dopo poco tempo,tornare ad occupare un posto importante nella vita politica napoletana,ma morì pochi anni dopo. Julie divenne depositaria delle memorie di famiglia e scrisse un libro sul suo celebre zio. Sappiamo,inoltre,che Degas non si separò mai dal quadro,che teneva appeso nel suo studio a Parigi,forse perché rappresentava la chiave di soluzione di un problema,non solo di composizione pittorica.La realtà presentata dal dipinto,affatto idealizzata ,sembra essere rappresentativa della complessità di un momento di equilibrio di un sistema familiare,nell’intreccio dei livelli di percezione fenomenologica e mitica della famiglia del pittore edella cultura ottocentesca.E,forse, a livelli diversi, in cui non vale più la razionalità ma l’intuizione ,l’opera rappresenta una soluzione del Problema della polarità tra maschile e femminile,tra luce ed ombra,in cui si dibatte la vita stessa, a partire dalla sessualità fino alle astrazioni intellettuali più rarefatte.

"2007-la prima mostra a Cagliari-L'estasi del silenzio

23/12/2007 L'estasi del silenzio Ecco uno dei miei lavori, un olio su carta (dim.70x100) presentato l'anno scorso a Cagliari presso la Galleria Sottopiano Beaux arts,in una mostra intitolata "L'estasi del silenzio". La professoressa Caterina Spiga ha scritto per l'occasione un commento molto bello, in cui ho ritrovato realmente qalcosa che parlava proprio del mio lavoro e non , come spesso succede,una critica che riguarda più chi la fa che i quadri in questione. Grande,placida,come in un fresco,luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la luna... 23/12/2007 L'estasi del silenzio b9864bef4b70d34ac216a1e47a42e8cb.jpgEcco uno dei miei lavori, un olio su carta (dim.70x100) presentato l'anno scorso a Cagliari presso la Galleria Sottopiano Beaux arts,in una mostra intitolata "L'estasi del silenzio". La professoressa Caterina Spiga ha scritto per l'occasione un commento molto bello, in cui ho ritrovato realmente qalcosa che parlava proprio del mio lavoro e non , come spesso succede,una critica che riguarda più chi la fa che i quadri in questione. Grande,placida,come in un fresco,luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la luna... E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, la luna, col suo ampio velo di luce...ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura....nella notte ora piena del suo stupore.-L.Pirandello Scorre la storia dell’arte catturati dalle opere di Anna Marchi, autrice sassarese che, affermando ironicamente di "giocare sul non finito" ci fa ricordare in guizzi repentini tanti esempi insigni imprimendo immediati tocchi di virtuosismo. E’ il mito che viene dipinto con una forte dose di freschezza e originalità. Queste opere sono un bagno in un universo mitico e archetipico. Un universo femminile in cui ogni presenza vive una propria vita interiore in uno spazio dove volteggia, evapora solo il colore. Lo spazio è colore in cui il disegno si distingue emanando con curve e volute, sensazioni e stati di coscienza: E’ il colore unico affabulatore e commentatore-intrattenitore che si "esibisce" in uno spazio in cui linee molto spesso ampie tracciano sinuosità, rotondità di corpi che sprigionano energie destinate a non esaurirsi mai perché emergenti dalla terra che genera, inghiotte, assorbe, rigenera. Corpi muliebri che si concedono stati di abbandono e attesa preludio speranzoso di infiniti ozi verso intimità assolute. Nelle pennellate ardite, tese nella ricerca di cromatismi altrettanto inaspettati che molto spesso offuscano i margini della figura con i loro effluvi come in un hammam, il colore si fissa sulla carta come la porpora al tessuto. Il colore avviluppa come un peplo antico i contorni di queste figure e il cremisi, lo scarlatto, il carminio di certe pennellate ricorda quel "colore del Sangue coagulato, scuro alla luce riflessa e brillante in quella diretta" come ci fa sapere Plinio per "il colore di Tiro". Di notevole attrazione questo colore ferrigno, traslucido, che ci ricorda gli sfondi di bellissimi cammei, aumenta il suo fascino nel riportarci a quelle antiche tonalità rupestri e parietali il cui vigore cromatico propone ancora robusti impatti mentali. Il colore è per Anna Marchi la trasfigurazione pittorica di stati di coscienza intimi e paradigmatici: nella sua pastosità si ispessisce avvolgendo queste moderne metope ieratiche, immote e inaccessibili in un alveo tellurico, grembo riparato e appartato in cui non è dato udire neanche un sussurro. E’ un universo fatto di matres o fantasmi delle madri -Mutter come gli oscuri esseri del Faust (come preferisce suggerire l’autrice)- Korai, muse maghe, eroine che fanno appello a quella fermezza e solidità fatta anche di gesti estremi – come nella lirica e tragedia classica – che si offre senza appetiti né richiami o allusioni a possibili soddisfazioni terrene e carnali. Un mondo femminile che nella composizione tendente alla circolarità ascensionale ( le figure si dispongono sempre in cerchio ) vuole alludere ad un ordine patriarcale in cui una luce crescente, decrescente e continuamente rinnovantesi come quella lunare diventa motore vitale e pulsante di ogni presenza e composizione. Sono di volta in volta questi fasci di luce, provenienti da una fonte lontana, quasi sempre angolare e sullo sfondo, spesso così radiosa da sembrare irreale, a richiamare quella della luna "Signore archetipico delle acque, dell’umidità e della vegetazione, cioè di tutto ciò che vive e cresce. E’ il Signore della vita psicobiologica e perciò del femminile nella sua essenza archetipica, il cui rappresentante umano è la donna terrena… è nutrimento e fertilità … meta centrale dell’umanità" * L’Inno al dio-luna di Ur, esprime l’altrettanta pluralità degli aspetti di quest’astro e d’altronde chi di noi almeno qualche volta non ha sentito la forte attrazione da essa suscitata o non ha subito l’incantesimo delle atmosfere emanate? Tutto ciò risiede senz’altro nel suo essere "essenza archetipica", nell’essere simbolo della coscienza patriarcale, della Grande Madre. Kore, Demetra … vogliono ancora essere per Anna Marchi portavoci silenziose e possenti di quei richiami a stati di fertilità, opulenza, forza generatrice. Caterina Spiga E. Neuman in "La psicologia del femminile" E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, la luna, col suo ampio velo di luce...ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura....nella notte ora piena del suo stupore.-L.Pirandello Scorre la storia dell’arte catturati dalle opere di Anna Marchi, autrice sassarese che, affermando ironicamente di "giocare sul non finito" ci fa ricordare in guizzi repentini tanti esempi insigni imprimendo immediati tocchi di virtuosismo. E’ il mito che viene dipinto con una forte dose di freschezza e originalità. Queste opere sono un bagno in un universo mitico e archetipico. Un universo femminile in cui ogni presenza vive una propria vita interiore in uno spazio dove volteggia, evapora solo il colore. Lo spazio è colore in cui il disegno si distingue emanando con curve e volute, sensazioni e stati di coscienza: E’ il colore unico affabulatore e commentatore-intrattenitore che si "esibisce" in uno spazio in cui linee molto spesso ampie tracciano sinuosità, rotondità di corpi che sprigionano energie destinate a non esaurirsi mai perché emergenti dalla terra che genera, inghiotte, assorbe, rigenera. Corpi muliebri che si concedono stati di abbandono e attesa preludio speranzoso di infiniti ozi verso intimità assolute. Nelle pennellate ardite, tese nella ricerca di cromatismi altrettanto inaspettati che molto spesso offuscano i margini della figura con i loro effluvi come in un hammam, il colore si fissa sulla carta come la porpora al tessuto. Il colore avviluppa come un peplo antico i contorni di queste figure e il cremisi, lo scarlatto, il carminio di certe pennellate ricorda quel "colore del Sangue coagulato, scuro alla luce riflessa e brillante in quella diretta" come ci fa sapere Plinio per "il colore di Tiro". Di notevole attrazione questo colore ferrigno, traslucido, che ci ricorda gli sfondi di bellissimi cammei, aumenta il suo fascino nel riportarci a quelle antiche tonalità rupestri e parietali il cui vigore cromatico propone ancora robusti impatti mentali. Il colore è per Anna Marchi la trasfigurazione pittorica di stati di coscienza intimi e paradigmatici: nella sua pastosità si ispessisce avvolgendo queste moderne metope ieratiche, immote e inaccessibili in un alveo tellurico, grembo riparato e appartato in cui non è dato udire neanche un sussurro. E’ un universo fatto di matres o fantasmi delle madri -Mutter come gli oscuri esseri del Faust (come preferisce suggerire l’autrice)- Korai, muse maghe, eroine che fanno appello a quella fermezza e solidità fatta anche di gesti estremi – come nella lirica e tragedia classica – che si offre senza appetiti né richiami o allusioni a possibili soddisfazioni terrene e carnali. Un mondo femminile che nella composizione tendente alla circolarità ascensionale ( le figure si dispongono sempre in cerchio ) vuole alludere ad un ordine patriarcale in cui una luce crescente, decrescente e continuamente rinnovantesi come quella lunare diventa motore vitale e pulsante di ogni presenza e composizione. Sono di volta in volta questi fasci di luce, provenienti da una fonte lontana, quasi sempre angolare e sullo sfondo, spesso così radiosa da sembrare irreale, a richiamare quella della luna "Signore archetipico delle acque, dell’umidità e della vegetazione, cioè di tutto ciò che vive e cresce. E’ il Signore della vita psicobiologica e perciò del femminile nella sua essenza archetipica, il cui rappresentante umano è la donna terrena… è nutrimento e fertilità … meta centrale dell’umanità" * L’Inno al dio-luna di Ur, esprime l’altrettanta pluralità degli aspetti di quest’astro e d’altronde chi di noi almeno qualche volta non ha sentito la forte attrazione da essa suscitata o non ha subito l’incantesimo delle atmosfere emanate? Tutto ciò risiede senz’altro nel suo essere "essenza archetipica", nell’essere simbolo della coscienza patriarcale, della Grande Madre. Kore, Demetra … vogliono ancora essere per Anna Marchi portavoci silenziose e possenti di quei richiami a stati di fertilità, opulenza, forza generatrice. Caterina Spiga E. Neuman in "La psicologia del femminile"

mercoledì 11 settembre 2013

Shozo Shimamoto -L'arte e il paradosso

Queste parole di Shozo Shimamoto illustrano bene il paradosso nella comunicazione verbale e mi hanno colpito come il paradosso possa giocare un ruolo creativo nel fare arte (oltre a quello paralizzante). Bisogna Disegnare Male Quando invito qualcuno a partecipare alla mail art, mi viene spesso ribattuto: ma che disegno potrei fare? Allora io rispondo: va bene qualsiasi cosa che tu vorresti far vedere agli altri. Tuttavia, notando che di fatto nessuno si attiva, quando ne chiedo il motivo la risposta che segue è sempre: mi vergogno perché non sono bravo. A questo punto io spiego che l’arte postale non è un palcoscenico su cui si compete tecnicamente e quindi non importa se non si è bravi. Le prime volte pensavo ingenuamente che dire così fosse sufficiente, ma la realtà era che tutti tentennavano e ancora non passavano all’azione, dal che improvvisamente mi resi conto del mio incredibile errore. Dicendo: "Non importa se non si è bravi" nascondo delle parole che suonano circa "...ma chiaramente essere bravi è meglio". Un errore madornale. Da allora ho cominciato pertanto a dare un’altra risposta: "Non bisogna essere bravi! Bisogna disegnare male!" Grazie a queste parole i partecipanti alla mail art cominciarono ad aumentare e a disegnare senza esitazione. La condizione di disegnare male è fondamentale per essere a proprio agio e questo è l'elemento più importante nel disegno, perché permette di tornare al suo punto di origine che sta nella piacevolezza di disegnare e non nell’istituire una severa gara di abilità. Ma cosa significa non essere bravi o disegnare male? Per rispondere concretamente alla domanda in diverse occasioni ho chiesto a numerose persone di disegnare tenendo fisso questo tema e all’inizio quasi tutti i dipinti che ne risultavano erano confusi e disordinati. Tuttavia, chiedendo ripetutamente di continuare a disegnarne ancora, ho visto nascere uno stile nuovo. L’azione estremamente contraddittoria di esercitarsi a disegnare male dà vita a un tipo di quadro completamente diverso dai soliti. E questo non si limita al mondo dell'arte postale, perché continuando a disegnare male è davvero possibile generare uno stile brutto personale e unico. E’ così che nasce l'arte più interessante, nuova ed è qui che inizia la strada della creazione. Da un altro punto di vista, se consideriamo il janken, cioè la morra giapponese, chiunque può vincere facilmente se riesce a stendere la mano con un attimo di ritardo. Quando parlai con il cantante Tomoya TAKAISHI in occasione di un evento in onore dei disabili , Takaishi presentò al pubblico una forma di morra giapponese molto singolare. Cominciò invitando gli spettatori a giocare con lui e quando ad esempio Takaishi mostrava "sasso" e dopo "carta", gli spettatori vincevano facilmente rispondendo rispettivamente con "carta" e "forbice" con un attimo di ritardo. Ma questo era scontato. Allora Takaishi disse: "Da ora in poi cercate di perdere apposta". In altre parole, se Takaishi avesse ugualmente mostrato "sasso" e dopo "carta", gli spettatori avrebbero dovuto rispondere con "forbice" e "sasso". E qui viene il risultato interessante: pur rispondendo con un secondo di ritardo non si riesce a perdere facilmente. Il 20-30% degli spettatori pur ripetendo il gioco tendeva a sbagliare. Per Takaishi quindi fu facile spiegare come i giapponesi siano abituati a vincere e a sentire solo la necessità di essere bravi. Lui partecipa alla maratona di Honolulu da 16 anni e quel giorno parlò della gioia di correre con tutte le proprie forze indipendentemente dal risultato. Raccontò anche di un maratoneta cui erano state amputate entrambe le gambe durante la guerra del Vietnam e che nel 1988 partecipò alla maratona di New York usando solo le braccia impiegandoci 5 giorni. Il mondo dell'arte postale è esattamente così, con lo stesso spirito applicato all’arte. Non c’è un vincitore. Le persone si incontrano all’interno del network rappresentando la propria arte e scambiando opinioni. [...]