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sabato 28 settembre 2013

Il ricco eloquio del mito

Il ricco eloquio del mito Non so se tra roccie il tuo pallido Viso m’apparve […] E ancora ti chiamo ti chiamo chimera D.Campana Non ci sono dei né eroi in questa rappresentazione ma del mito ci sono quelle presenze che, nelle generazioni e nei secoli, hanno suscitato il fascino della paura, del mistero, dell’ignoto e dell’inconoscibile. Un repertorio iconografico esclusivamente attinto dal patrimonio mitografico dal quale Anna Marchi trae la sua ispirazione. Il mito è la sua fonte poetica e A. Marchi si fa custode e vestale e trae in esso la chiave di interpretazione dell’esistenza per confermare quanto da sempre si va deducendo: come e quanto quest’ultima sia sempre e comunque osseduta dall’indecifrabile. Il mito precursore di eventi, rivelatore di verità questa è l’unica certezza e dalla rappresentazione pittorica che ne fa A. Marchi scaturisce veramente un’epopea del dolore umano e la sua potenza evocativa sta tutta nella resa compositiva e coloristica. E’ il colore lo strumento che marca le storie raccontate sulle grandi tele – raggruppate in trittici, quasi tutte – che ricoprono interamente le pareti della galleria trasformando questo piccolo spazio in un interno barocco di suggestiva aura viscontiana. In queste tele di grande formato è il colore che esordisce e, come la parola – mythos -, racconta, sorprendendoci, storie che ci appartengono: il caos dal quale siamo stati generati e nel quale ritorneremo; la condizione aurorale dell’esistenza; una natura primigenia pacata che in principio ci ha accolti; la nostra natura proteica e le metamorfosi che attuano i continui tentativi della materia di trovare assetto e compostezza. Tutto espresso con l’uso di cromatismi che di ardito hanno solo la sicurezza espressiva che da essi si sprigiona. Perché è col colore vibrante e ben concertato che ci ricordiamo della nostra umana condizione: ciò che eravamo, chi eravamo, come eravamo e ancora siamo: forme e corporeità cariche di mestizia continuamente alla ricerca di un dialogo con una interiorità ingombrante e dissonante che ci fa chinare il capo a riflettere sulla nostra desolazione. E,come nei rilievi in pietra dei sarcofaghi antichi o nelle pitture murali in cui le figure si caricano, nei gesti, negli sguardi, nel loro mutismo di pathos, così quelle di A. Marchi assumono tragica consistenza dalle pennellate distese e diffuse e dagli sprazzi coloristici che accendono fasci di luce come faci accese a trascolorare Erebo. Il colore, denso, pastoso scolpisce le figure dandoci del mito le più struggenti ed enigmatiche epifanie: della ferocia, della crudeltà, della ybris. Da Echidna mostro figlia di Tartaro vengono generati altrettanti mostri: Chimera, Sfinge, Idra di Lerna incarnazioni eterne della perfidia e perenni richiami alla malvagità. Le avvolgenti ondate e spirali di colore, le pennellate protese verso l’alto e una struttura compositiva piramidale ricorrente di eloquente richiamo ai nomi insigni della storia dell’arte, diventano metafora ascensionale di un’umanità che, tendendo verso l’alto, agogna a staccarsi dalla terra per essere “ assunta “ in acqua e aria e annullare la gravità nel rispetto di chi ha voluto attribuire sacralità e religiosità alla deduzione che ancora echeggia “ Omnia pontus erant “.